Un’alleanza vincente, le dichiarazioni di Claudio Descalzi

Claudio Descalzi

Claudio Descalzi «L’Unione Europea ha bisogno delle risorse. Mentre l’Africa ha bisogno di sviluppare le proprie ricchezze con investimenti e tecnologie. Puntare su una maggiore cooperazione è una scelta win-win». Il pensiero dell’amministratore delegato Eni sulla sfida energetica che lega i destini dei due continenti 

«Un successo come questo non sarebbe stato possibile senza la nostra scelta di sostenere le comunità locali, non richiesta contrattualmente, attraverso significativi investimenti in infrastrutture per il mercato locale.»

A parlare è Claudio Descalzi, classe 1955, milanese, fisico e, da maggio del 2014, alla guida di Eni, in cui era entrato 33 anni prima. Descalzi ha spiegato così la crescita di Eni in Africa, il 15 settembre scorso, durante un discorso a Bruxelles per una conferenza destinata agli europarlamentari, che era stata significativamente intitolata: “Quale ruolo per l’Africa nella strategia energetica europea?”.

Una conferenza che ha consentito al numero uno di Eni di ripuntualizzare il ruolo della sua compagnia in quel Continente. Un ruolo di leader. E se oggi, la compagnia di San Donato Milanese, dopo oltre 60 anni di presenza nel Continente nero, è il più grande operatore nel settore petrolio e gas d’Africa, il merito è anche di una strategia che, nei decenni, è stata sempre più chiara: occorreva far crescere la società africana insieme ai numeri dei pozzi e dei barili estratti. E farlo al di là di quanto previsto nelle concessioni, ma come modo di intendere il ruolo e la responsabilità di impresa internazionale.

Stando però ai semplici numeri, oggi, in Africa, Eni produce circa un milione di bvarili di olio equivalente (boe) al giorno, numeri destinati ad aumentare con la scoperta del giacimento di gas di Zohr, a largo delle coste egiziane. Una presenza che attraversa 16 Paesi e che significa lavoro per 11.500 persone.

Una leadership che, a volte, si vorrebbe mettere in discussione, come ha messo in luce anche un’intervista rilasciata, dopo circa un mese dalla conferenza di Bruxelles, dallo stesso amministratore delegato a Jeune Afrique, uno dei più importanti magazine del continente, per quanto sia realizzato in Francia. Alla domanda, su cosa nel pensasse del fatto che Total reclamava il primo africano, Descalzi aveva tagliato corto: «In Africa sono chiaramente dietro di noi, con 800mila barili al giorno».

Una presenza, quella di Eni in Africa, che, nel suo discorso di Bruxelles, l’amministratore delegato ha ripercorso, nella sua prospettiva futura.

A cominciare dal ruolo che il Continente avrà nell’utilizzo dell’energia che oggi concorre a produrre. «Mi aspetto che l’Africa giochi un ruolo di importanza crescente nella diversificazione delle forniture energetiche europee ma, più in generale come player in campo energetico». Descalzi faceva notare che «l’Africa conta quasi il 15% della popolazione mondiale consumando solo il 3% dell’energia globale e solo una piccola parte del suo gas naturale». Un gap che il continente deve colmare, ha spiegato l’ad, allargando l’accesso all’energia attraverso lo sviluppo di risorse e infrastrutture locali.

Un quadro che richiama l’Europa a un ruolo di partner perché, come ha fatto rilevare Descalzi agli eurodeputati che lo ascoltavano, dall’altra parte del Mediterraneo, il Vecchio Continente, con il 7% della popolazione mondiale, consuma quasi il 12% dell’energia del pianeta ed è un importatore netto. E si tratta di un’Europa che soffre del declino delle produzioni di carburanti fossili e deve ricorrere sempre di più a fornitori esterni per coprire la propria domanda. Uno scenario di fronte al quale, ha sottolineato il numero uno di Eni, «una più grande cooperazione fra Africa ed Europa è chiaramente la soluzione “win-win”».

Far vincere l’Europa e far vincere l’Africa è l’obiettivo di Eni nel Continente nero. «L’Unione europea ha bisogno delle risorse», ha sottolineato Descalzi, «mentre i Paesi africani hanno bisogno di sviluppare le proprie risorse con investimenti, trasferimenti tecnologici e competenze».

Tutto facile? No, perché, come ha spiegato Descalzi, «la cooperazione funziona solo quando i governi e gli operatori industriali hanno una visione a lungo termine e sono pronti a prendersi dei rischi, investendo nei mercati locali». Non solo, a complemento di quella strategia, «è essenziale sfruttare anche l’enorme potenziale africano nel campo delle risorse rinnovabili».

Il manager ha parlato di «un’autentica relazione simbiotica fra Africa ed Europa, favorendo lo sviluppo africano», per costruire la quale l’Ue ha bisogno di investire in accesso all’energia, creando «favorevoli condizioni per le economie locali, attraverso lo sviluppo di risorse locali di energia che possano essere esportate».

Un approccio che Eni conosce bene, avendolo scritto nel Dna aziendale, quello che portò Enrico Mattei ad estrarre in Egitto nel 1954. Il gruppo italiano è oggi la prima compagnia petrolifera internazionale a investire in Africa nella produzione di energia da gas naturale. Una presenza e uno sviluppo che, ha osservato Descalzi, sono inscindibili dall’impegno per sostenere le comunità locali. A Bruxelles, l’ad ha spiegato che si tratta di un aspetto inscindibile della stessa strategia commerciale del Gruppo. «Dare accesso all’energia», ha detto, «è la base per ogni sviluppo sostenibile che voglia essere duraturo», perché, ha aggiunto «crea stabilità, crescita economia e sviluppo assicurato a servizi di base come l’educazione, la sanità, i trasporti».

La forza di cambiamento legata allo sviluppo energetico africano, secondo Descalzi, «richiede un forte e comune impegno europeo, a livello di business ma anche di politica comunitaria». Si tratterebbe, per esempio, di «creare una piattaforma credibile nella quale produttori e consumatori di gas dovrebbero impegnarsi», per questo, in Eni, guardano con interesse «ai segnali dati dalla Commissione europea, sul dialogo fra Nord e Sud in materia di energia, così come al lancio, nel giugno scorso, della Piattaforma euromediterranea per il gas da parte del commissario Arias Cañete».

Segnali positivi a cui fanno riscontro anche alcune criticità, che l’ad non si è fatto scrupolo di ricordare, come il fatto che l’Europa insista ancora sul mix fra carbone e rinnovabili anziché procedere nell’integrazione, a lungo termine, fra rinnovabili e gas. «In un recente passato», ha ricordato Descalzi, «l’Europa è stata penalizzata dagli alti costi energetici, che hanno causato una riduzione dell’uso del gas per 100miliardi di metri cubi all’anno dal 2008, promuovendo il meno costoso ma più inquinante carbone, nel peggiore mix energetico». E l’Europa, anziché far fronte agli alti prezzi, «ha deciso di aumentare l’utilizzo di carbone, con immediati impatti negativi sulle emissioni e minando gli sforzi fatti per sostenere la crescita delle rinnovabili». Al carbone, ha fatto notare l’amministratore di Eni, si deve il 26% dell’energia europea ma anche l’80% delle emissioni nocive. Smettere carbone e ligniti non è solo una scelta, ha detto Descalzi, «ma è necessario per raggiungere gli obiettivi sulle emissioni delle nostre città entro il 2030». Un obiettivo che si ottiene mixando stabilmente gas e rinnovabili, «offrendo il giusto segnale ai Paesi produttori, attraendo le loro forniture e i loro investimenti». Per una singolare coincidenza della storia, l’Europa si trova quindi a poter essere motore dello sviluppo e della stabilità africana, salvaguardando il proprio ambiente e la salute dei propri cittadini e di quelli di tutto il mondo.

Ma per tornare a ciò che l’Europa potrebbe fare, dal punto di vista energetico, nel quadro dei propri rapporti con l’Africa, Descalzi, a Bruxelles, è stato molto chiaro, ricordando come l’Unione dovrebbe promuovere gli investimenti necessari a costruire un mercato unico e incoraggiare la realizzazione di un corridoio Sud-Nord per il gas, per portare questa materia prima dal Mediterraneo fino ai mercati del centro-Europa.

Un ciclo virtuoso in cui «l’Europa deve essere il driver». Una ricetta in cui la complementarietà fra Africa ed Europa e la cooperazione che ne può scaturire, conducono allo sviluppo e alla stabilità anche sul Nord Africa e sul Medio Oriente. Ciclo in cui ora si inserisce la scoperta del giacimento di Zohr che, spiega Descalzi, «può essere un game-changer per tutta la regione». E se cambiano i giochi, è per giocare tutti e giocare meglio.

FONTE: Vita

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