Per dieci anni si è occupata di dare una seconda vita alle eccedenze alimentari. Ora Recuperiamo S.r.l., realtà umbra che ha sviluppato Regusto, prova a fare lo stesso con tutto ciò che le imprese non riescono più a vendere o utilizzare. Il nuovo progetto si chiama Resense ed è stato avviato dai fondatori Paolo Rellini e Flavio Barcaccia.
Se finora il lavoro dell’azienda ruotava attorno al cibo, Resense allarga il campo a comparti molto diversi: grande distribuzione, logistica, industria, edilizia, tessile e arredamento. L’idea di fondo è che un prodotto invenduto, un mobile senza acquirente o una partita di materiali ferma in magazzino non siano per forza rifiuti, ma beni che possono ancora avere valore per qualcun altro. Il problema è spesso di natura organizzativa: chi possiede l’eccedenza non sempre ha i canali per trovare chi può utilizzarla. Resense vuole colmare questa distanza mettendo in relazione aziende, enti non profit e filiere del recupero. La piattaforma permette di gestire donazione, riutilizzo, riciclo e upcycling. Per rendere verificabili i passaggi della filiera impiega la tecnologia blockchain, affiancata da strumenti per digitalizzare i documenti e monitorare i flussi.
Un elemento centrale è la misurazione dell’impatto: emissioni evitate, valore economico salvaguardato e benefici sociali delle donazioni. L’azienda dichiara di adottare una metodologia di calcolo degli indicatori di sostenibilità sviluppata con la ricerca applicata e validata da RINA. I dati possono essere usati dalle imprese per la rendicontazione di sostenibilità e dalle amministrazioni pubbliche per seguire i risultati delle iniziative di economia circolare sul territorio.
Il nuovo progetto poggia su un’esperienza già consolidata. Secondo i dati diffusi dalla società, in dieci anni Regusto ha valorizzato 30mila tonnellate di eccedenze alimentari, per circa 200 milioni di euro di valore recuperato e l’equivalente di 50 milioni di pasti. Le emissioni di CO₂ evitate, secondo le stime aziendali, superano le 107mila tonnellate. La rete conta oltre 700 profili aziendali e più di 2.000 enti non profit. Va precisato che questi risultati riguardano esclusivamente l’attività alimentare di Regusto: per i settori non alimentari l’estensione del modello è appena iniziata e non ci sono ancora dati equivalenti.
Per le imprese il recupero può significare minori costi di smaltimento e una gestione più efficiente delle scorte; per il non profit, un accesso più ampio a beni utili alle proprie attività. La vera prova per Recuperiamo sarà trasformare queste promesse in risultati misurabili nelle nuove filiere, dimostrando che il recupero può diventare un processo strutturato e replicabile, e non resti affidato a iniziative occasionali.





